giovedì 29 luglio 2010

Ritorno



Il ponte sospeso e' lunghissimo, e senza occhiali non riesco a vedere bene l'altra sponda. Il caldo mi secca la gola, sento che se volessi gridare riuscirei solo a tirare fuori un suono strozzato. Le cicale emettono il solito vecchio suono, mi chiedo se sparando un colpo in aria con la beretta che porto incastrata a casaccio nella cintura (avrò messo la sicura? Quando ho perso la fondina? Me lo sono già chiesto cinquanta volte) riuscirei a rendere silente la loro noiosa occupazione. Non che la cosa mi interessi più di tanto, del resto. Mi passo una mano sulla fronte sudata, e mi viene improvvisamente voglia di una sigaretta. Meglio di no, con questo caldo, ma se cadessi di sotto? Tutto e' possibile. Se il ponte non reggesse e io volassi giù , come un Angelo, nel crepaccio, fino al fiume, lontano un miliardo di chilometri, tanto da sembrare una lacrima eterna che scorre su un viso scuro di rabbia?
Accendo immediatamente la sigaretta, e nel gesto la mano sinistra, quella che uso per parare la fiamma e impedire che il vento faccia quello che deve fare, incontra il mio sguardo. Vedo del sangue rappreso sulla mia mano, e una sensazione sgradevole si impossessa del mio stomaco, un cocktail di emozioni, fatto di sensi di colpa, orrore per tutte quelle creature sterminate - o io o loro, c' e' poco da sentirsi in colpa- e controllo istintivamente se nella borsa che serrato a me tramite una robusta tracolla si trova ancora il reperto che e' costato tanta fatica a me, e tanto sangue a quelle povere bestie rese pazze dall'isolamento millenario. Ho fumato mezza sigaretta - un miracolo che il mio pacchetto di Marlboro sia sopravvissuto a quell'avventura - e non ne ho sentito il sapore. Mi succede da qualche tempo, dopo quella brutta caduta nello Yucatan. Sento una piccola fitta dietro il collo e per qualche minuto non sento piu' odori e sapori. Non mi sono mai fatto visitare, forse dovrei farlo, certo non e' il momento di pensarci, sono a migliaia di chilometri dal centro abitato più vicino; al momento sperare nel passaggio fortuito di un mezzo in grado di darmi un passaggio per una qualsiasi plausibile destinazione e' pura utopia. Mentre penso questo mi rendo conto che incredibilmente la sigaretta e' finita. Deve essere colpa del vento. Sono in cima a un'altura bellissima, la forsta intorno da' un senso di pace e di purezza. Penso a quanto sarebbe bello vivere li' in mezzo al niente. Se si conoscono un Po' quei luoghi, ci si rende conto che la sopravvivenza non e' così difficile. Basta sapere cosa mangiare, due o tre cose sono sufficienti, e ignorare il resto, se non per bearsi della fine estetica della natura. I predatori sono pochi, e se si ha la possibilità di accendere un fuoco li si tiene a debita distanza con una certa facilita'. Sarebbe bello, ma io devo assolutamente tornare a casa, e non solo per cercare di capire se riuscirò mai a riconquistare il mio grande amore, ma anche perché ho una lista di impegni piuttosto fitta, con il mio lavoro, che e' anche la mia vita, che finora mi ha regalato così tante avventure. Provo un senso di gratitudine che conosco molto bene, sento di essere una persona fortunata, uno per cui l'universo ha sempre avuto un occhio di riguardo, e percepisco il dovere di andare avanti. Il ponte continua a ignorarmi, silenzioso. Io ignoro lui, e controvoglia inizio a pianificare la mia passeggiata sul niente. Ho quasi fatto il primo passo, poi sento improvvisamente una forte fitta di stanchezza. Mi appoggio su una grossa roccia piatta, e sento un brivido di freddo - freddo? Ci saranno cinquanta gradi - sono veramente stanchissimo. Tolgo la pistola dalla fondina e l'appoggio sul masso, accanto a me. Mi rannicchio in posizione fetale, e inspiro avidamente quell'aria meravigliosa. Sento qualcosa di strano allo stomaco - e' fame! - e mentre chiudo gli occhi penso che stranamente le cicale hanno smesso di frinire. Forse ho inavvertitamente sparato un colpo in aria, non me lo ricordo.
Mi addormento, e sogno di attraversare il ponte.

sabato 24 luglio 2010

Daria ed io - Anatomia di una lucertola




So quello che so perchè per fare la formazione alle masse ho ricevuto a mia volta una blanda formazione. Sono stati giorni gradevoli, in cui mi hanno offerto il pranzo, e durante i quali mi hanno spiegato una storia su queste strane creature. Tradotto nella nostra lingua, il loro nome significa qualcosa come “Pellegrini”, o “Viaggiatori”, la pronuncia, nella nostra lingua, è ufficialmente Rax. Semplice e simbolico. I loro grugniti non sembrano una lingua, anche se penso la stessa cosa della maggior parte delle lingue straniere che sento - non sono un poliglotta - e sembra che comunque la loro sintassi sia molto semplice, e sia assolutamente inefficace se non accompagnata dalle movenze del corpo. Nudi, senza le loro tute, suscitano l’apoteosi del disgusto. Sono la realizzazione dell’immaginario di alcuni scrittori di fantascienza degli anni 50. Lucertoloni, con in dotazione una lunghissima coda. Presentano una muscolatura scultorea, con pettorali e addominali scolpiti e coperti di squame. Al contrario, le braccia sono molli e flaccide, piene di grasso e, udite udite, pare che parte dei loro organi interni sia distribuita proprio in periferia. Se non si vede, non ci si crede. Il terzo giorno di corso, intitolato “Anatomia di una Rax”, ci ha regalato una sorpresa inattesa: un Rax vero, grosso e morto, sdraiato su uno dei tavoli della diroccata sala conferenze in cui imparavamo a conoscere l’invasore. Senza pensarci troppo, e prima di prendere il caffè, il nostro tutor ha inforcato una lama dal vago aspetto chirurgico, e ha iniziato la danza del taglio. Uno spettacolo, per gli amanti dello splatter. La cosa che mi ha colpito di più, è stata la sorpresa che è fuoriuscita dal braccio destro, gonfio e apparentemente sul punto di esplodere. Appena la punta del machete ha toccato il braccio, uno zampillo vermiglio è partito come un proiettile dal forellino che si è aperto improvvisamente, raggiungendo alcuni dei poveri corsisti della prima fila - occhiali e facce imbrattate, avreste dovuto esserci - e generando un sibilo sinistro, che tendeva a degenerare a un vero e proprio fischio. Il forellino si è allargato con una certa celerità, vomitando il suo contenuto in parte sul tavolo, in parte per terra. Una vera e propria cuccagna. Il sangue - o quello che sembrava sangue - non era poi molto, sembrava più un lubrificante, che oliava una massa variopinta di quelli che potevano essere dei palloncini colorati lucidi e pieni di liquido. In quel momento ho avuto un conato di vomito, e i sensi si sono offuscati in un microsecondo. Per questo mi sono perso parte della lezione, so solo che sentivo parole come “cuore”, intestino”, “polmoni” e... “cervello”! Ebbene si! Scommetto che anche voi avete sentito dire che i brontosauri avevano una parte del cervello sulla schiena. Ebbene, io l’ho sentito dire, e devo dire che ci ho pensato subito. Insomma, ve la faccio breve: i rettiloni pensano con tutto il corpo. Anzi, la loro attività cognitiva, intendendola come insieme di funzioni metaboliche e cose simile, avviene in massima parte in periferia, negli altri. Istintivamente, e con un certo acume - ancora non ero devoto al dio Plox - cosa mai proteggesse la durissima scorza del loro tronco. Domanda acuta, osservò il tutor, e si girò verso di me scrutandomi freddamente da dietro i suoi occhialini - appunto - da tutor. In sostanza i Rax nascondono delle strane sostanze nel loro tronco. La loro struttura muscolare da body builder copre, invece del torace, una specie di “vaso osseo” di colore scuro, composto in massima parte di silicio. Al suo interno galleggiano, in un liquido chiamato (non tecnicamente, credo) “Amniosucco” delle misteriose forme di vita luminescenti, come delle piccole meduse che, se messe in un contenitore vitreo, chiaramente riempito di amniosucco, continuano a muoversi e a nuotare allegramente, per un tempo indefinito. Sembrano avere un’aspettativa di vita assolutamente ortogonale a quella del loro ospite, e sembrano dei pesci magici in un acquario fatato. Sono come dei sassolini tentacolati multicolore, dall’aspetto variabile a seconda dell’ospite dal quale vengono estratte Non vi saprei dire bene di cosa si tratti realmente, so solo che sembrano vive, anzi, quasi sicuramente lo sono, nonostante ricordino da vicino delle “Scimmie di Mare” giganti, per come paiono mantenere una loro allegria, pur vivendo una vita rinchiuse in uno spazio così angusto, e in esseri apperentemente così brutti e volgari come i Rax. Forse vi sembro troppo duro. Dovreste trovarvi davanti a uno di loro. Sono veramente disgustosi, e io, da cittadino tossico (legale, si intende) e disinformato quale sono, per altro impegnato in attività lavorative che - ci crediate o no - impiegano la maggior parte della mia giornata, mi rendo conto di non riuscire ad avere la motivazione per fare un passo verso di loro, per cercare di comprenderli. Di questo parleremo successivamente. Torniamo alle misteriose micromeduse che dimorano dentro questa specie inspiegabimente ancora non spedita verso l’estinzione dal dio dell’Estetica Aliena. So che vengono studiate, e so che possono fare a meno di un nutrimento, inteso come lo intendiamo noi, non gradiscono il mangime, di alcun tipo, come hanno dimostrato morendo repentinamente durante i ripetuti esperimenti di pseudo nutrizione a cui sono state sottoposte; sembrano non avere alcun senso. Quando le vedo o quando ci penso penso che sarebbe come se io mi portassi appesa al collo una boccia piena di pesci rossi immortali, in grado di andare avanti senza minimamente chiedersi niente dell’universo che li circonda, senza provare il minimo amore per me che li porto meco avanti e indietro.


I Rax possono morire, le micromeduse muoiono solo se qualcuno prova ad alterare il corso della loro serafica e apparentemente leggera esistenza. Non so perchè, ma ho l’impressione che sotto ci sia di più. Peccato non avere il cervello per interessarsi realmente alla faccenda, peccato non avere le conoscenze per investire su attività amatoriali che potrebbero certamente portarmi ad avere qualche cognizione in più sui nostri amati odiati mostri invasori pieni zeppi di micromeduse.

Al corso non ci hanno solo insegnato a sbudellare i lucertoloni in modo vomitevole. Ci hanno spiegato la loro storia: sono una civiltà molto antica, tecnologicamente più avanzata della nostra, anche se su questo avrei francamente qualcosa da ridire. Come vi dicevo, viaggiano nello spazio, ma alla fine hanno avuto solo l’ardire di fare il primo passo "vero", perchè sulla Luna ci siamo arrivati prima che loro arrivassero qui, facendo tutto questo baccano e mandando in tilt le istituzioni. Hanno fatto la prima mossa, perchè la nostra natura di miseri esseri umani ci impedisce di spingere il naso più in là: piantiamo una bandierina, e la Luna è nostra. Col cavolo! Non è così. Piantiamo una bandierina et...voilà! Abbiamo piantato una bandierina. I Rax, a quanto pare, se ne sono fregati così tanto della nostra santa bandierina che per molti anni non hanno trovato traccia del nostro passaggio sul loro “formaggesco” pianeta. E quando l'hanno trovata, si sono guardati negli occhi, tra il curioso e il perplesso, e hanno stretto le spalle. Vivono sull’altro lato, quello oscuro - possibile non si veda mai? Non lo capirò mai - e portano avanti un sistema di vita piuttosto scarno, se paragonato a tutti i problemi e le paranoie che affliggono l’umanità. Lavorano, si procacciano il cibo (adesso ne parliamo), stanno in comunità, hanno qualche piccolo svago, anche se chiamarlo svago è assieme un parolone e un eufemismo, e anche di questo parleremo tra poco, perchè adesso vorrei chiudere col discorso anatomia, e ci sono ancora delle cose da dire, per giungere alle quali ho dovuto darvi qualche imbeccata sulla loro storia e sui loro modi di vivere. Come avrete capito, tutto è apparentemente molto semplice, e "semplice", in questo caso, e in un ambiente inospitale, almeno ai nostri occhi, come quello rappresentato dalla Luna, è sinonimo di funzionale all’adattamento; almeno nel senso in cui se tu, per caso, vieni spedito da Madre Evoluzione su un pianeta e per un altro incredibile caso hai una coppia di sette in mano che ti permette di andare avanti e - esageriamo - di riprodurti, allora due cose sono fuori dubbio: la prima è che hai un culo pazzesco. Un culo talmente grande che ci potresti trainare un tir, per parafrasare i fratelli Cohen. L’altro aspetto riguarda il cambiamento della tua specie nel corso dei millenni, anche se questa spinosa questione è ancora in fase di dibattimento, e qui non voglio esprimere opinioni in merito (non ho voglia, ho appena preso il Plox, ho sonno): quel che è evidenza sperimentale, in questo caso, è che tu rimani uguale a te stesso nei secoli dei secoli dei secoli dei millenni dei secoli. Non c’è speranza. Tuo nonno era un lucertolone con la pelle di tigre dai denti a sciabola o di mammuth a coprirgli le pudenda, e tu sei un lucertolone bipede coi mocassini. Puzzi di rettilario e grugnisci invece di parlare soavemente come me, morbido e fragile essere fatto di carne e di Plox. La sostanza del discorso è che i Rax sono da sempre così, da migliaia, milioni di anni; qualcuno di loro un pò meno stupido pare si sia chiesto se poteva permettersi di provare a stare sulle due gambe, e immediatamente c’è riuscito, semplicemente perchè anche la loro stessa struttura pare trattarli con un certo nichilismo, forse più vicino all’indifferenza: “Fai come ti pare, striscia, cammina su un piede, a zoppino, sulle braccia anteriori, vai avanti a morsi, a me non interessa. Solo, non mi chiedere di farti volare perchè non ne ho nè la voglia nè il tempo”. E il Rax va avanti, senza godersi troppo quello che c’è, ma anche senza troppo lamentarsi. Il corso sulla storia dei Rax è stato conciso ma abbastanza superficiale, sono state proiettate delle slide in modo frettoloso simili a quelle che fanno vedere nel sussidiario delle elementari: sei o sette figurine in evoluzione, dalla scimmia all’uomo, passando da dei grotteschi ominidi, da una primitiva sinistra a una gloriosa e definitiva destra. Quando sono comparse quelle sui Rax in sala è sceso un certo imbarazzo: tutti pensavamo la stessa cosa, ovvero che francamente quelle sei o sette sagome mal disegnate che andavano dal coccodrillo al Rax - Erectus potevano essere dimezzate, anche perchè la prima era praticamente identica all’ultima, quella a destra, solo con gli arti un pò più corti; me lo immagino quasi il disegnatore/grafico che clicca sul “rotate” del suo programma di disegno elettronico preferito, pensando lubrico all’ infimo assegno da incassare, chiaramente a sei mesi. Ho sentito dire, o forse l’ho solo sognato, nel caso fate finta di niente, che anche per gli squali è stato così, ovvero che grosso modo gli squali preistorici erano molto simili a quelli - ormai molto, molto pochi - che solcano queruli le acque sei nostri mari.


Da bambino avevo visto una serie, in tv, si chiamava Visitors. Era il remake di una serie degli anni ottanta dell’ultimo secolo dello scorso millennio. Rimasi molto affascinato, e forse questo accentua in me la disillusione che mio malgrado non riesco a non tradire. Anna era una specie di regina di questi alieni bellissimi e palestrati, che però sotto la pelle erano dei lucertoloni orribili e intenzionati a venderci tutti nei self-service del loro viscido pianeta, o qualcosa di simile. Anna, dicevo, era uno schianto, o almeno così si presentava. Anche l’occhio vuole la sua parte, con i Rax ho imparato il senso profondo di questo proverbio della nonna. I Visitatori si presentavano con delle mega-astronavi mega-lussuose, arredato con sfarzo e con gusto simil-umano, ma di quello buono, e sul lato posteriore delle loro astronavi avevano montato dei pannelloni che fungevano da maxi-schermo, in modo da poter comunicare il loro arrivo, le loro buone intenzioni, attraverso il viso perfetto e la voce suadente della bellissima Anna. Assolutamente encomiabile, perchè se anche poi vengono per mangiarci, lo fanno con stile, ci dimostrano di avere fatto i compiti a casa, e questo a mio avviso è encomiabile. Il fatto poi che si debba camminar sempre rasenti al muro, quando ti trovi nelle loro vicinanze, è tutt’altra faccenda: i nodi vengono al pettine, e alla fine bisogna rendere conto delle proprie intenzioni. Ecco, questo per dirvi che i Rax non ci hanno neanche provato. Nessuna maschera, se non i caschi a specchio che ci impediscono di vedere i loro lunghi musi da coccodrillo, ma che soprattutto impediscono loro di andare in botta dopo due inalazioni della nostra potente droga basata sull’azoto e sull’ossigeno. Niente copri-braccia, niente maschere da Arlecchino, niente di niente. I loro occhi gialli con quella pupilla che è un taglio verticale nero sottile e subdolo sono tutto quello che sono riusciti a offrirci come visitatori.

Una cosa che mi ha sempre fatto un certo senso è la struttura delle loro zampe, mani e piedi: entrambi hanno quattro dita, con tanto di pollice opponibile. Non so perchè, ma questa loro somiglianza agli esseri umani risulta ai miei occhi disgustosa più che mai. Non penso che siano in grado di suonare un brano di Segovia o di Paco de Lucia, non penso del resto che questo potrebbe suscitare in loro un qualche interesse. Le loro rugose manine verdi e prensili sono veloci con le armi, e hanno una dimestichezza incredibile con armi che non hanno mai visto. I loro piedi hanno le dita più lunghe di quelle delle mani, e sono sempre serrate in solide calzature fatte di una lega di cui non ricordo la composizione esatta. E poi, arriva il bello: dulcis in fundo, i nostri amici hanno una coda, una coda bellissima, grassa e grossa, di cui hanno il pieno controllo, che li aiuta a stare in piedi e ad arrampicarsi su superfici oscenamente scoscese. Sono più forti e più robusti di noi, i loro muscoli sono d’acciaio - nel senso che sono molto resistenti, non sono veramente d’acciao - e le loro ossa sono dure come pietre, non so se da loro esiste il concetto di “frattura del femore”.

Per il resto, tutto è molto simile a noi: respirano, quindi hanno un sistema respiratorio (ricordate i polmoni che fuoriuscivano di cui vi parlavo prima?), hanno un paio di cuori, e un sistema nervoso estremamente corposo. Hanno una vaghissima peluria sparsa per tutto il corpo che, pare, sia un retaggio di tempi molto antichi: una delle differenze che non emergevano nella rappresentazione schematica del loro semplice percorso evolutivo - ma molti non ne presentano alcuna traccia. Campano tanto, molto, molto più di noi. Un Rax in salute può andare avanti fino a quattrocento anni e oltre, se non è una testa calda e non si mette a fare acrobazie. Vorrei aggiungere un’ultima nota sulle micromeduse, perchè parleremo profusamente dei Rax nei prossimi capitoli, e se mi sfugge qualcosa la aggiungerò nel momento che io stesso ritengo più opportuno, ovvero al volo, quando capita: ricordo che uscendo dalle lezioni di tutoraggio mi facevo delle domande, ogni giorno diverse - ricordate, allora ancora niente Plox! - e passavo la notte a occhi sbarrati accoccolato contro il corpo caldo di Daria, che si addormentava con i suoi occhialoni da lettura con la montatura nera ancora inforcati, il libro piegato disordinatamente sotto la faccia e la bocca dolcemente aperta. La prima e la seconda notte cercavo di fare il punto su quello che avevo imparato durante il giorno, e mi rendevo conto con avrei saputo come trasmettere ad alte persone, se possibile meno “scafate” di me, un qualcosa che io stesso non avevo compreso fino in fondo. E rimuginavo, rimuginavo, e rimuginavo. Poi affondavo il naso nei capelli di Daria e finalmente, dopo qualche ora, riuscivo in qualche modo a prendere sonno. La terza notte, quella dopo la lezione di anatomia pensai che da qualche parte, dentro o fuori di me, c’era qualcosa di sbagliato. E iniziai ad avvertire un lieve prurito sul piede destro.

Daria ed io - Benvenuti a Neo City

Daria ed io viaggiamo sulla nostra flat car. Ci guardiamo intorno: ormai anche Neo City è completamente sotto assedio, non c’è scampo per nessuno sulla Terra. Guardie armate ovunque - come faranno quei rettiloni a portare senza problema quelle maschere sul viso ventiquattro ore al giorno ? - davanti a ogni negozio, davanti a ogni casa. Sulla nostra flat car sfrecciamo sdraiati a pancia in giù, un modo di guidare che se fosse stato proposto solo vent’anni fa sarebbe sicuramente apparso quanto meno singolare. E invece è sul display posto in basso che vediamo le strade ormai brulicanti di invasori, che si guardano intorno circospetti, e che non riuscirebbero a tradire un’emozione neanche se lo volessero, attraverso quello strano vetro giallo che copre loro gli occhi sottili. Non c’è scampo per nessuno, e anche se ancora non ci sono state delle vittime, la situazione appare estremamente calda. Come al solito, noi comuni cittadini siamo sempre gli ultimi a sapere le cose: ai telegiornali hanno annunciato l’Invasione come una banale catastrofe, e per la maggior parte le masse non si sono fatte prendere dal panico, anche se qualche disordine, all’inizio, c’è stato. Daria è come me, ha letto così tante stronzate sull’argomento, in passato, che quando ci hanno detto che finalmente gli alieni erano atterrati un entusiasmo forte e infantile si è impossessato di noi, e abbiamo subito iniziato a pensare alle prospettive: fuggire dalla nostra minuscola casa - un loculo, tutto automatizzato - e raggiungere stelle lontane. Magari, vista la nostra propensione per tutto ciò che è “xeno”, avremmo potuto fare i diplomatici: non ci avrebbe fatto schifo toccare quelle mani viscide, abbracciare in modo fraterno corpi squamosi e dalla pelle secca e indistruttibile. Niente di tutto ciò era andato anche solo vicino al verificarsi: Neo City ci ha offerto un posto per fare formazione sui lucertoloni, per tenere qualche corso di massa, giusto per accelerare il loro ingresso in società, niente ballo delle debuttanti per gli xeno. Due stronzate sulla loro conformazione fisica - l’ossigeno non li uccide, ma li stordisce come se fosse una droga - e altre due sulla loro storia. Tutte sciocchezze a mio avviso. Poco dopo la loro venuta, si era sparsa la voce che tutte le notizie che avevamo ricevuto nei corsi di formazione erano false. Per quei corsi, oltretutto, ci hanno dato la misera cifra di venti Unità. Frustrante, quanto meno. Ad ogni modo, pare che quei mostriciattoli verdi non venissero da galassie lontanissime, rendendo implicito l’uso, da parte loro, di tecnologie avanzatissime per fluttuare nello spazio-tempo. Tutte baggianate, dicono. Una fuga di informazioni aveva diffuso la notizia che i rettiloni venivano dalla modestissima Luna, dalla famosa faccia nascosta. Nonostante le mie due lauree, non ho mai capito fino in fondo come funziona questo meccanismo della Luna mezza coperta sempre, e non mi interessa molto. So solo quello che vedo. E una delle cose che vedo è che i rettiloni non sparano micidiali fasci luminosi da quelle strane armi che inforcano sempre, anche quando dormono. No, sparano dei grossolani pallettoni, abbastanza grossi da dividere un uomo a metà, se ha la disgrazia di incontrarne uno, e abbastanza rumorosi da essere riconoscibili anche nel frastuono dell’ora di punta di Neo City, ovvero ventiquattro ore al giorno. Le loro presunte astronavi sono dei catamarani da mare con propulsori vecchi e malandati, certo abbastanza potenti da abbandonare la nostra atmosfera e raggiungere il loro pianeta Natale, se mai ce ne fosse uno. L’arrivo dei rettiloni ha poi avuto uno sgradevolissimo, pressochè immediato, effetto collaterale: ci hanno riempiti di batteri, spore, funghi, tutta roba che, se anche non ci uccide, è causa per la maggior parte degli esseri umani di fastidiosi problemi dermatologici. Ce ne siamo accorti “live”, mentre queste cose accadevano: improvvisamente, a un mese dall’arrivo dei rettiloni, tutti hanno iniziato a grattarsi. Anche io, Daria invece no, lei è immune. Io ho le gambe piene di croste, devo stare attento a non grarmi, perchè arrivo in poco tempo al sangue. “E’ dermatite, se ne faccia una ragione, è roba psicosomatica” sono state le parole del dottore dopo la prima visita. Figurati. Le mie gambe sono un campo minato, e a molti è andata anche peggio: croste sulla faccia, sulla testa, addirittura sugli occhi. Non c’è modo per descrivere il prurito e il fastidio, che si placa solo dopo una sessione di grattata furiosa, oppure tramite l’ingestione di quella che qui viene chiamata “la manna dal cielo”, e che negli altri paesi gode di traduzioni simili. Si tratta di una pillola il cui nome commerciale è Plox. Non so cosa voglia dire. So solo che se ne ingerisci una, ti passa tutto. E quando dico tutto, voglio dire tutto. Si entra in uno stato che ricorda, secondo i ricercatori che per primi ci hanno fatto esperimenti, uno degli stadi evolutivi di un meditatore esperto. Gli esperimenti del caso sono stati fatti sui gatti. Ce li vedo, tutti quei gatti, nell’atto di Osservare l’Infinito, nella presa di coscienza definitiva del loro Non Sè. Io e il Plox siamo una cosa sola. Sono un tossicomane convinto, assumo il Plox ormai da anni, e, a parte il realizzare che la vita è solo un’illusione, non ho avuto grossi effetti collaterali. Si è trattato di scendere a patti con me stesso, e di ammettere che le emozioni vanno e vengono, e l’unica realtà possibile è individuabile nell’attimo, nell’istante in cui si sta vivendo. Quando parlavo inizialmente con Daria di queste cose, lei mi guardava come se fossi un folle. Ultimamente mi tratta come un semplice drogato a cui è affezionata. Daria è superiore. Lo dico in tutti i sensi, è una donna, e quindi è superiore. Ci accompagnamo ormai da quasi dieci anni, e abbiamo attraversato un momento bruttissimo dopo il sesto anno, tanto che lei ha deciso di preferire a me qualsiasi altra cosa. Per me è stato un brutto colpo durato vari mesi, periodo nel quale ho cercato di vedere quello che non andava, ma questa è una storia che non racconto volentieri, perchè so che se non fossi sotto l’effetto del Plox non mi sentirei bene, quindi credo che la racconterò più avanti. Torniamo ai rettiloni.