giovedì 29 luglio 2010

Ritorno



Il ponte sospeso e' lunghissimo, e senza occhiali non riesco a vedere bene l'altra sponda. Il caldo mi secca la gola, sento che se volessi gridare riuscirei solo a tirare fuori un suono strozzato. Le cicale emettono il solito vecchio suono, mi chiedo se sparando un colpo in aria con la beretta che porto incastrata a casaccio nella cintura (avrò messo la sicura? Quando ho perso la fondina? Me lo sono già chiesto cinquanta volte) riuscirei a rendere silente la loro noiosa occupazione. Non che la cosa mi interessi più di tanto, del resto. Mi passo una mano sulla fronte sudata, e mi viene improvvisamente voglia di una sigaretta. Meglio di no, con questo caldo, ma se cadessi di sotto? Tutto e' possibile. Se il ponte non reggesse e io volassi giù , come un Angelo, nel crepaccio, fino al fiume, lontano un miliardo di chilometri, tanto da sembrare una lacrima eterna che scorre su un viso scuro di rabbia?
Accendo immediatamente la sigaretta, e nel gesto la mano sinistra, quella che uso per parare la fiamma e impedire che il vento faccia quello che deve fare, incontra il mio sguardo. Vedo del sangue rappreso sulla mia mano, e una sensazione sgradevole si impossessa del mio stomaco, un cocktail di emozioni, fatto di sensi di colpa, orrore per tutte quelle creature sterminate - o io o loro, c' e' poco da sentirsi in colpa- e controllo istintivamente se nella borsa che serrato a me tramite una robusta tracolla si trova ancora il reperto che e' costato tanta fatica a me, e tanto sangue a quelle povere bestie rese pazze dall'isolamento millenario. Ho fumato mezza sigaretta - un miracolo che il mio pacchetto di Marlboro sia sopravvissuto a quell'avventura - e non ne ho sentito il sapore. Mi succede da qualche tempo, dopo quella brutta caduta nello Yucatan. Sento una piccola fitta dietro il collo e per qualche minuto non sento piu' odori e sapori. Non mi sono mai fatto visitare, forse dovrei farlo, certo non e' il momento di pensarci, sono a migliaia di chilometri dal centro abitato più vicino; al momento sperare nel passaggio fortuito di un mezzo in grado di darmi un passaggio per una qualsiasi plausibile destinazione e' pura utopia. Mentre penso questo mi rendo conto che incredibilmente la sigaretta e' finita. Deve essere colpa del vento. Sono in cima a un'altura bellissima, la forsta intorno da' un senso di pace e di purezza. Penso a quanto sarebbe bello vivere li' in mezzo al niente. Se si conoscono un Po' quei luoghi, ci si rende conto che la sopravvivenza non e' così difficile. Basta sapere cosa mangiare, due o tre cose sono sufficienti, e ignorare il resto, se non per bearsi della fine estetica della natura. I predatori sono pochi, e se si ha la possibilità di accendere un fuoco li si tiene a debita distanza con una certa facilita'. Sarebbe bello, ma io devo assolutamente tornare a casa, e non solo per cercare di capire se riuscirò mai a riconquistare il mio grande amore, ma anche perché ho una lista di impegni piuttosto fitta, con il mio lavoro, che e' anche la mia vita, che finora mi ha regalato così tante avventure. Provo un senso di gratitudine che conosco molto bene, sento di essere una persona fortunata, uno per cui l'universo ha sempre avuto un occhio di riguardo, e percepisco il dovere di andare avanti. Il ponte continua a ignorarmi, silenzioso. Io ignoro lui, e controvoglia inizio a pianificare la mia passeggiata sul niente. Ho quasi fatto il primo passo, poi sento improvvisamente una forte fitta di stanchezza. Mi appoggio su una grossa roccia piatta, e sento un brivido di freddo - freddo? Ci saranno cinquanta gradi - sono veramente stanchissimo. Tolgo la pistola dalla fondina e l'appoggio sul masso, accanto a me. Mi rannicchio in posizione fetale, e inspiro avidamente quell'aria meravigliosa. Sento qualcosa di strano allo stomaco - e' fame! - e mentre chiudo gli occhi penso che stranamente le cicale hanno smesso di frinire. Forse ho inavvertitamente sparato un colpo in aria, non me lo ricordo.
Mi addormento, e sogno di attraversare il ponte.

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